Qualche tempo fa scrissi di Mayawati, leader dalit, chief minister dello Stato più popoloso dell'India, plurinquisita e ambiziosissimo astro nascente della politica nazionale. Un paio di mesi fa, questa donna che ama circondarsi di un culto della personalità di proporzioni nordcoreane fece erigere una propria statua nella capitale dell'Uttar Pradesh, Lucknow. Non capita spesso vedere statue di politici viventi, ma tant'è, mi sembrava talmente scontato per un personaggio del genere che non segnalai la cosa. Oggi però non mi posso esimere dallo scrivere che la statua non è più al suo posto. Non per un atto di ribellione dei concittadini di Mayawati, né per un sobbalzo di modestia della leader. Il problema è che la statua di aprile non piaceva più a sua eccellenza. Che l'ha fatta sostituire, nel cuore della notte, con una un po' più grande.
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Ore 8:23 - Reuters - INDIA VILLAGERS BURN WOMAN ACCUSED OF BEING WITCH
Ore 8:26 - Dow Jones - INDIA FIN MIN:LAST FY PER CAPITA INCOME GREW 7.8%
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Segnalo una bella intervista del settimanale Tehelka al ministro indiano delle Finanze P. Chidambaram. E' interessante perché l'intervistato e l'intervistatore sembrano vivere su due pianeti diversi e la chiacchierata offre l'occasione al ministro delle Finanze di esporre una tesi provocatoria, ma non priva di un fondo di verità. Quella secondo cui in India "la maggiore causa di inquinamento è la povertà... non l'industrializzazione".
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Per chi ha delle curiosità sul rapporto tra gli appartenenti alla classe media indiana e le centinaia di milioni di loro concittadini che vivono in condizioni di povertà assoluta segnalo un libro non recente, ma interessante: s'intitola "The great Indian middle class", lo ha scritto Pavan K. Varma e documenta decenni di scelte di governo a favore degli happy few piuttosto che dei molti bisognosi. Il tema credo che stia tornando di attualità in questi giorni in cui si torna a parlare del prezzo della benzina. Mentre in Italia, se non sbaglio, siete a un euro e mezzo al litro, qui a Delhi siamo fermi a 45 rupie al litro, al cambio attuale 0.68 euro, meno della metà.
Considerato che:
1) quest'anno i sussidi statali per tenere artificiosamente basso il prezzo della verde e degli altri carburanti potrebbero arrivare a 200mila crore (più di 30 miliardi di euro);
2) meno dell'1% degli indiani possiede una macchina;
3) chi non la tiene in garage rischia di incassare "sconti" sulla benzina anche di 100 rupie al giorno in un Paese dove una persona su quattro con quella cifra mangia dal lunedì al venerdì;
la sensazione che chi governa continui a farlo tenendo a mente i bisogni di pochi piuttosto che quelli della gran parte della popolazione è forte. Molto forte.
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Mi è già capitato altre volte di segnalare episodi, magari piccoli, nei quali ho la sensazione di scorgere un ritorno di fiamma del nazionalismo indiano. Dieci anni fa era la bomba atomica a far gonfiare il petto degli abitanti di questo Paese, oggi sono le ambizioni di conquista sui mercati globali. Per averne la prova basta prendersi la briga di leggere il comunicato con cui Bharti Airtel, il primo operatore indiano di telefonia mobile, sabato ha annunciato di avere rinunciato a fondersi con Mtn, una società sudafricana di tlc. Il testo prima elenca alcune ragioni tecniche, legate alla governance della nuova entità, e poi incredibilmente recita: "Further and more importantly, Bharti's
vision of transforming itself from a home grown Indian company to a
true Indian multinational telecom giant, symbolising the pride of
India, would have been severely compromised and this was completely
unacceptable to Bharti".
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Hai voglia a cercare di convincere gli amici che non c'è nulla di intrinsecamente immorale nelle crescenti disparità di reddito in India. "Non importa se i ricchi stanno diventando oscenamente ricchi - ripeto spesso -. L'importante è che i poveri siano sempre meno e siano sempre meno poveri. Che si possano permettere un certo numero di calorie al giorno, che possano comprare farmaci e che mandino i propri figli a scuola e non nei campi". Tutto molto logico, tutto molto bello.
Poi ti svegli una mattina, sfogli i giornali e scopri sull'Hindustan Times che il 47% delle persone impiegate nell'industria (ovvero la nascente middle class urbana) sono obese. Passi oltre e leggi su Mint, un bel quotidiano finanziario pubblicato dallo stesso gruppo editoriale, che secondo un ricercatore del Mit un'analoga percentuale dei bambini indiani con meno di 5 anni (stiamo parlando di una cifra vicina alla totalità della popolazione italiana) soffrirà di problemi di sviluppo, sia a livello mentale che fisico, per la povertà della propria dieta.
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Gli errori più facili da fare quando si arriva in India sono quelli di presunzione. Uno dei primi lo commisi appena presa in affitto la casa in cui vivo. Nel "pacchetto" era compresa anche Sapna, la ragazza che oggi come allora ci aiuta a spostare la polvere da una stanza all'altra della casa. Una delle prime cose che feci fu farle buttare via il jaru, la scopetta di saggina con cui qui si ramazzano i pavimenti. Le comprai due oggetti per lei completamente alieni: una scopa e un aspirapolvere. Il jaru mi sembrava un oggetto primitivo, lo collegavo al lerciume degli uffici pubblici che in quei giorni iniziavo a frequentare E come se non bastasse mi sembrava uno strumento di oppressione che costringeva Sapna a stare piegata anziché eretta. Forse lo sovraccaricavo di significati e di colpe non sue. Forse volevo imporre la mia presunta superiorità culturale di occidentale (la scopa) e uomo moderno (l'aspirapolvere). Per farla breve mi sbagliavo. Il jaru ha appena fatto il suo trionfale ritorno a casa. E non per una questione affettiva. Non c'è gara: funziona 100 volte meglio di scopa e aspirapolvere messi assieme.
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Dopo qualche giorno in Nepal a seguire le elezioni sono di nuovo a casa. E' bello tornare. Se non fosse per i giornali. Ogni volta che vado via, specialmente se sono all'estero dove non posso comprarmi i quotidiani indiani, loro si accumulano implacabili su una poltrona del salotto. Una, due spanne di carta da sfogliare abbastanza in fretta da non perderci la giornata, ma non così distrattamente da rischiare di lasciarsi sfuggire uno spunto per una storia. In mezzo alle vicende che meritano un approfondimento e quelle che si possono trascurare ci sono le solite: "Bambina molestata in un parco da un gruppo di poliziotti", "Ragazza stuprata da un gruppo di colleghi", "Dalit costretta a mangiare escrementi" e via dicendo. Sono decine. Il continuo stillicidio di orrori a cui poco a poco ci si abitua, ma che inghiottito in un sol boccone, anche dopo quasi due anni di allenamento, continua a restare indigesto.
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Come sono i rapporti tra Cina e India? Freddi, si dice in genere. Di mezzo c'è una vecchia disputa territoriale, la competizione per accaparrarsi materie prime in giro per il mondo e una certa diffidenza che risale alla guerra del '62. Eppure la volontà di andare oltre mi sembra che ci sia. Lo testimoniano le imbarazzanti marce indietro diplomatiche indiane (Birmania prima e Tibet poi) fatte apposta per non irritare i vicini e certe banali osservazioni sulla vita quotidiana qui in India. Per esempio la scorsa no notte ero all'Indira Gandhi International di Delhi, era circa l'una, e a un certo punto mi è caduto l'occhio sul tabellone degli arrivi. La sequenza dei voli faceva un certo effetto. Credo raccontasse un mondo in trasformazione. Era la seguente: Guangzhou, Beijing, Shanghai, Hong Kong, Singapore, Beijing...
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La capacità degli indiani di non buttare via nulla è proverbiale. Ricordo quando gettai una tenda della doccia ammuffita solo per vederla ricomparire lavata e stesa (e ancora ammuffita, ci mancherebbe) nel cortile del mio padrone di casa. Di questa attitudine a prolungare all'infinito il ciclo di vita dei prodotti stanno prendendo atto anche le case straniere che sono venute in India a fare affari. Non c'è altra spiegazione per la decisione da parte della Honda di chiamare "Eterno" uno dei suoi scooter in vendita qui.
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