Era inevitabile. O quasi. Uno non può pretendere che mentre si trova in vacanza (su un'isola dove non arrivano i giornali, la tv non c'è, il wi-fi manca e l'Umts chi l'ha visto) nel mondo, e più precisamente in quel pezzo di mondo che uno è pagato per "coprire" non succeda nulla. Così, mentre tu passi il tuo tempo inebetito a guardare attraverso una maschera da sub una tartaruga marina, sulla terraferma scoppia uno scandalo finanziario da 1 miliardo di dollari e la quarta azienda indiana dell'outsourcing va a gambe all'aria.
Eppure poteva andare peggio. Un po' perché durante la vacanza precedente era stata assassinata nientemeno che Benazir Bhutto. E un po' perché in ferie, oltre a farsi incantare dalle tartarughe, si ha anche il tempo di prendere in mano libri che da troppo tempo ci si ripromette di leggere. In uno di questi (India: a wounded civilization di V.S. Naipaul) può anche capitare di imbattersi in un contadino che nel 1975 racconta all'autore di avere un sogno: possedere un telefono con cui conoscere le quotazioni delle proprie coltivazioni nei mercati vicini. Così, mentre buchi una notizia grande così, puoi consolarti con il fatto di aver scoperto una piccola verità: ovvero che alcune di quelle formidabili intuizioni di cui si tanto spesso di scrive per raccontare le meraviglie dell'It indiano erano state pensate con decenni d'anticipo dai contadini del Rajasthan.
tags: a wounded civilization, Benazir Bhutto, India, Naipaul, Rajasthan, Satyam
Le elezioni in Bangladesh si sono concluse nel migliore dei modi: non ci sono state violenze e il partito uscito vincitore era probabilmente il meno indigeribile dei due in lizza. Lo dico non solo per il pessimo record in fatto di corruzione del Bangladesh Nationalist Party durante l'ultimo governo e per le sue recenti strizzatine d'occhio agli islamisti radicali. Lo dico anche perché durante la campagna elettorale il Bnp è il partito che ho potuto osservare più da vicino. E non è stato un bello spettacolo. La scena più istruttiva sul rapporto tra i leader locali e il denaro come strumento di consenso l'ho ammirata nelle risaie del distretto di Jamalpur nel nord del Paese. La carovana di auto con al centro la Mercedes color crema di Khaleda Zia che avevo inseguito per ore a velocità folle a un certo punto si è fermata, apparentemente senza motivo, in mezzo alla campagna. I primi a scendere sono stati i cameraman delle tv locali. E in un batter d'occhio si sono precipitati in mezzo a una risaia. Prima ho pensato che fossero impazziti, poi ho visto scendere anche Khaleda Zia e ho capito. La leader del Bnp, il cui simbolo è un fascio di piantine di riso, è andata a parlare con dei contadini. Esattamente quelli davanti a cui si erano piazzate le telecamere. Per farlo ha dovuto scendere nella risaia, un'operazione non semplicissima, ma casualmente una mano previdente aveva scavato dei gradini nella terra così da permettere anche a un'ultrasessantenne non in splendida forma come lei di farcela. Sono seguiti alcuni minuti in cui la leader del Bnp ha ostentato interesse per i problemi dei contadini, soprattutto il prezzo dei pesticidi, dopodiché Khaleda ha salutato ed è risalita in macchina. A quel punto è successa una cosa bellissima. Un uomo del suo staff ha preso una banconota da 500 taka e l'ha ficcata in mano a uno dei contadini. Io mi sono avvicinato al coltivatore e gli ho chiesto di mostrarmi il biglietto per poter annotare da quanto fosse. A quel punto un altro assistente di Khaleda mi ha notato e si è avvicinato. "Adesso mi chiederà di non scriverlo, ma chissenefrega", ho pensato. Invece ha aperto il portafoglio e ha aumentato la ricompensa per il contadino. Non era preoccupato che i lettori del mio giornale sapessero che il suo partito stava sceneggiando senza ritegno la campagna elettorale. Aveva paura che passassero per tirchi.
tags: Bangladesh, Bnp, corruzione, elezioni, Khaleda Zia
Mentre scrivo questo post milioni di abitanti del Bangladesh stanno facendo ritorno nelle proprie case dopo aver votato per la prima volta in 7 anni. Il ritorno della democrazia in questo Paese di oltre 150 milioni di persone è una bella notizia anche se tutti qui a Dhaka si aspettano tuttalpiù una versione light della vecchia politica fatta di nepotismo e corruzione dei governi precedenti. E' una bella notizia nonostante che le leader in gara per diventare primo ministro siano esattamente le stesse del 2001. E del 1996. E del 1991. E' una bella notizia nonostante la paura di attentati che ha accompagnato il voto e che ha spinto il governo a bloccare il traffico, normalmente infernale, di Dhaka per 24 ore (e che mi è valsa le mie prime elezioni in rickshaw). Mi rendo conto che detto così potrà sembrare strano, ma oggi molte cose potevano andare male e invece tutto, per il momento, è filato liscio. Senza contare che vedere code lunghe più di 100 metri per poter votare è più bello di quanto si possa immaginare.
tags: Bangladesh, Dhaka, elezioni
Da più parti ci si sta chiedendo come risponderà l'India alla crisi economica globale che, come se non bastasse, qui è coincisa con uno degli attacchi terroristici più ambiziosi e destabilizzanti mai sferrati contro il Paese. Rispondere non è facile. Io mi colloco con il partito degli ottimisti, quelli che pensano che quest'anno la crescita sarà ampiamente sotto i livelli degli ultimi tre anni, che il prossimo anno sarà ancora peggiore, ma che sul medio-lungo periodo l'elefante tornerà a correre. Il Paese non mi sembra disposto a regredire verso la hindu rate of growth di un tempo, anche a costo di rimettere in discussione il proprio modo di fare business. La conferma è venuta dai ragazzini che vendono riviste ai semafori di New Delhi. Ieri - cogliendo in pieno lo spirito del tempo - anziché cercare di rifilarmi la solita copia di GQ (già comprata per via del memorabile strillo di copertina "Liquid assets: your local sperm bank needs you"), hanno provato a vendermi nientemeno che l'ultimo numero della Harvard Business Review.
tags: crisi economica, Harvard Business Review, hindu rate of growth, India, New Delhi, ragazzi di strada
L'ex direttore dell'Hindustan Times Vir Sanghvi condivide alcune delle cose scritte qui sulla reazione delle élite indiane agli attacchi di Mumbai.
tags: India, Mumbai, terrorismo, Vir Sanghvi
Ora che sono trascorse più di due settimane dagli attacchi di Mumbai e abbiamo assistitito a dimissioni di ministri e governatori, fiaccolate di attori e catene umane di piccoli imprenditori possiamo dirlo. Se i dieci terroristi che per due giorni e tre notti hanno paralizzato la capitale finanziaria dell'India avessero scelto un altro bersaglio, il solito bersaglio, tutto questo non sarebbe successo. Se a morire fossero stati i poveracci che creparono nel 2006 e nel 1993 (in entrambi i casi più di 200 morti contro i 173 di fine novembre) non sarebbe successo nulla di quello a cui abbiamo assistito in questi giorni. E invece sono morti banchieri e critici gastronomici. E invece è andato il fumo il miglior ristorante giapponese della città e il bordo piscina più ambito, le suite più lussuose e i coffee shop meglio frequentati. E allora il minuscolo pezzetto di India che conta ha gonfiato (finalmente!) il petto e ha chiesto provvedimenti. Non si sa se dispiacersene o rallegrarsene. Da una parte è la conferma che ci sono cittadini di serie A che respirano l'atmosfera rarefatta del Taj e cittadini di serie B che sudano nei vagoni dei treni urbani. Dall'altra si può sperare che una classe politica sonnacchiosa e ultra-protetta (secondo il Times of India i ministri locali del Punjab avrebbero dalle 20 alle 50 guardie del corpo, ciascuno!) finalmente prenderà atto della minaccia del terrorismo.
tags: classi sociali, India, Mumbai, Punjab, Taj, terrorismo
... credo che solo in India sia possibile che il primo operatore telefonico e di banda larga del Paese pubblichi sul proprio sito, sotto la voce "contact us", un numero di telefono inesistente (e nessun indirizzo email).
tags: India, Internet, telefonia
Questo blog ha dormito a lungo. Un po' troppo a lungo, a dirla tutta. Colpa soprattutto del titolare che per un po' di tempo ha avuto la testa altrove e poi, in misura minore, di troppe settimane passate lontano dall'India, prima in Pakistan (e passi) e poi in Italia (imperdonabile). Oggi ricomincio a scrivere anche grazie a una telefonata che alle 3 e mezza del mattino mi ha tirato giù dal letto dandomi modo di rimettere un po' di ordine tra i pensieri come capita solo quando fuori non c'è ancora luce, in casa si sente profumo di caffè e tutto intorno c'è quella pace che di giorno inevitabilmente manca. Ma a rendere degna di essere vissuta questa alba è stata la chiamata alla preghiera del muezzin. Vivo nel mezzo della capitale di un Paese all'80% induista che esattamente due settimane fa ha visto la propria capitale finanziaria messa in ginocchio da un attacco portato da un gruppo di terroristi islamici. Eppure a Mumbai, in mezzo ai curiosi che circondavano i tre edifici assediati, c'erano anche, indisturbati, tanti giovani musulmani. Eppure ogni giovedì cristiani, hindu, sikh e musulmani vanno a Nizamuddin a sentire i canti sufi che raccontano di quando la madre lingua di questa città eterna era l'urdu. Eppure a Delhi tra le 5,30 e le 6 del mattino ci si può far cullare dalle cantilene di un muezzin. Ogni tanto mi capita di scrivere di quanto l'India sia un Paese violento e spietato. Succede anche di dover raccontare stragi e violenze a sfondo religioso. Capita anche di riflettere sul fatto che questo pezzo di mondo diventa ogni giorno più pericoloso. Ma basta fermarsi per qualche istante per accorgersi che in mezzo ai germi della violenza, continuano a resistere quegli anticorpi che più di 60 anni tengono assieme un Paese straordinario. E che il tempo è dalla loro parte.
tags: India, induismo, islam, muezzin, Mumbai, New Delhi, Nizamuddin, religione, terrorismo
L'altro giorno stavo guardando il Big Mac Index dell'Economist, il sistema ideato dal settimanale britannico per stabilire quali valute sono sopravvalutate e quali no attraverso il confronto tra il prezzo di un Big Mac nelle valute locali. E mi è sorto il dubbio: non sarebbe forse ora di trovare un prodotto diverso dal classico panino di McDonald's? Non perché il Big Mac sia passato di moda, ma perché l'indice dell'Economist non tiene conto né della rupia indiana - la valuta della terza economia asiatica e della seconda più dinamica grande economia mondiale dopo la Cina - né di 1,3 miliardi di indiani che, se proprio vogliono trasgredire al vegetarianesimo imperante nel Paese, tuttalpiù possono addentare un Chicken Maharaja Mac, ma non certo un hamburger di manzo.
tags: Big Mac Index, Economist, India, McDonald's, rupia indiana, vegetarianesimo